La conoscenza dalla prosima Internet degli Oggetti


Si sta svolgendo a Milano la IDC Innovation Forum 2009 sulle tecnologie digitali e sviluppo umano. Il report distribuito da IDC per l’evento ha incluso un mio* contributo che riporto di seguito.

Innovation Forum 2009 - 7

La conoscenza dalla prosima Internet degli Oggetti

L’ambiente ci parla: è ora che cominciamo ad ascoltare

Verso l’Internet degli Oggetti

L’aumento delle prestazioni dei sistemi informatici è caratterizzato da parametri che sono stati dettati dalle osservazioni ormai quasi leggendarie di Gordon Moore formulate per la prima volta nel 1965 e relative originariamente al numero di transistor nei circuiti integrati. Anche se l’enunciato—che ogni 18 mesi questo numero sarebbe raddoppiato a parità di costo—viene chiamato la “legge di Moore”, in realtà questa è un programma di lavoro condiviso da tutti i gruppi di ricercatori e ingegneri che con i propri sforzi e in concorrenza fra di loro, la mantengono valida ormai da oltre 40 anni.

Siamo passati attraverso una progressione esponenziale di sistemi sempre più potenti, ognuno delle quali ha avuto un ordine di grandezza caratteristico: migliaia di computer mainframe negli anni ’60, decine e centinaia di migliaia di minicomputer negli anni ’70, milioni di personal computer negli anni ’80, che oggi sono diventati centinaia di milioni. E infine, da una decina di anni l’ultima generazione di prodotti dell’integrazione di funzioni di calcolo e di comunicazione, i miliardi di telefoni cellulari, che certamente computer sono come quelle generazioni che li hanno preceduti.

La generazione attuale di telefoni cellulari è l’ultima che potrà essere progettata, costruita, distribuita, utilizzata ed infine eliminata attraverso i sistemi tradizionali, quelli che contano sull’utilizzatore umano come base e attore di molte funzioni: configurazione, gestione, ricarica, ecc. Proprio a seguito delle pressioni della legge di Moore, pressioni che sono sia tecnologiche che economiche, sta nascendo una successiva generazione di oggetti informatici, ancora più minuscoli o addirittura microscopici, ancora più potenti ed economici che avranno un numero molto elevato di elementi: di diversi ordini di grandezza più di quelli di adesso e quindi centinaia o potenzialmente migliaia di miliardi di pezzi.

L’insieme di questi oggetti, che vengono chiamati spime, costituisce l’Internet degli Oggetti.

Caratteristiche degli spime

La parola spime è un neologismo creato dal futurologo, scrittore e conferenziere Bruce Sterling, per descrivere una nuova categoria di oggetti che sanno dove sono e quando sono—tipicamente attraverso l’integrazione di funzioni di localizzazione che oggi chiamiamo GPS—possono comunicare con Internet o memorizzare i dati temporaneamente quando non sono in collegamento con la nuvola di comunicazioni planetaria e infine, cosa più importante, contengono uno o più sensori che permettono loro di percepire valori di parametri fisici del mondo che li circonda. Un esempio di un oggetto che non è uno spime può essere il navigatore satellitare che non ha un sensore per rendersi conto se il percorso da esso consigliato è ancora utilizzabile; mentre un esempio di spime di uso corrente è un telefono cellulare moderno, tipicamente dotato di servizi di localizzazione e di una mezza dozzina di sensori diversi, da quelli di luce, di campo elettromagnetico, di suono con il suo microfono, ecc.

Come descritto prima, le reti avanzate di spime—reti di sensori distribuiti intelligenti—dovranno avere caratteristiche di autonomia e di robustezza che sono tutte da sperimentare. Ma non sarà di certo possibile affidare a tecnici umani tradizionali i compiti di manutenzione di queste reti: se possiamo correre a ricaricare un cellulare che si sta scaricando, non possiamo farlo quando sono decine, o migliaia gli oggetti attorno a noi a chiedere la nostra attenzione.

La percezione del mondo ad una nuova, più fine granularità

Molto spesso i modelli sul mondo ci danno previsioni poco affidabili, perché raramente si basano su un esteso numero di osservazioni oggettive, ma piuttosto sono un insieme collegato di variabili astratte. Questo è soprattutto vero in ambito economico ed ecologico. Eppure oggi sono poche le aree dell’attività umana che siano più intrecciate e importanti. La nostra stessa capacità di sopravvivenza come civiltà dipende da quanto capiamo l’interazione dello sviluppo economico e l’ambiente planetario e da quanto questa potrà essere trasformata da una dinamica di confronto ad una di simbiosi costruttiva.

L’insieme di dati raccolti dagli spime ci permetteranno di capire il mondo ad un elevato grado di approfondimento e di precisione!

Quando osserviamo il colosseo di Roma, costruito duemila anni fa, ammiriamo la capacità di erigere un edificio che è rimasto in piedi così a lungo… ma in realtà ammiriamo l’ignoranza: i latini hanno costruito così non per scelta, ma perché non avrebbero potuto fare altrimenti! Oggi, in un mondo dove la pressione demografica spinge all’estremo ogni elemento della vita umana, dall’alimentazione, all’abitazione, al trasporto, non è più possibile, non è permissibile alcuna posizione di ignoranza. Dobbiamo bensì puntare ad un nuovo grado di efficenza in quello che con terminologia che deve essere superata, avremmo chiamato lo sfruttamento dell’ambiente e che con maggiore e necessario rispetto chiameremo la conoscenza dell’ambiente e delle possibilità che esso ci dà.

L’ambiente ci parla, naturale o artificiale che sia. È quando non ascoltiamo, quando ci illudiamo che nel confronto tra le nostre convizioni e la realtà non sia la prima a crollare, che con la stessa—per definizione—naturalezza con cui in apparenza ci obbedisce, l’ambiente ci può spazzare. Questo avviene in modo moralmente neutro. Solo dieci o ventimila anni fa il numero di persone sulla terra era di qualche milione, non qualche miliardo come adesso, con un cambiamento di tre ordini di grandezza in così poco tempo. Alla natura importerà veramente nulla, se fra cento o mille anni di nuovo ci saranno pochi milioni di essere umani sulla terra, se non addirittura nessuno. Se riteniamo che il futuro desiderabile sia quello tra i possibili dove gli essere umani fanno parte dell’ecosistema terrestre, allora dobbiamo renderci conto che si potrà realizzarlo solo facendone parte in modo simbiotico e davvero armonico. Dovremo approfittare di tutti gli strumenti che ci potrà dare anche la tecnologia e l’Internet degli Oggetti  ne sarà un elemento fondamentale.

*full disclosure: assieme a Leandro e Roberto sono fondatore di WideTag, Inc. che con la tecnologia OpenSpime si occupa di Internet Of Things.