Interoperabilità, moralità e biocompatibilità nell’Internet degli Oggetti

Interoperabilità, moralità e biocompatibilità nell’Internet degli Oggetti


Senzanome

 

Nella puntata del 5 giugno della trasmissione 2024 di Radio 24 abbiamo parlato con Enrico Pagliarini di interoperabilità, moralità e biocompatibilità nell’Internet degli Oggetti.

Enrico Pagliarini: Questa settimana torniamo a parlare di “Internet of Things” (Internet degli Oggetti), ma non solo per cercare di capire alcune conseguenze ma anche per alcune particolari cose che dovremmo cominciare a pensare assieme alla rivoluzione della tecnologia. E’ con noi, di nuovo, e lo ringraziamo per essere nei nostri studi, David Orban che è docente alla Singularity University, ed amministratore delegato di Dotsub. Bentornato a “2024”.

David Orban: Grazie.

EP: Noi parliamo di Internet of Things, che tu ci tieni a sottolineare che traducendolo in italiano è bene definire non “Internet delle Cose” ma “Internet degli Oggetti”. Perché?

DO: Le cose io le vedo in categorie più astratte. Possono essere pezzi di codice, possono essere idee, possono essere importanti elementi che acquisiranno una loro autonomia e si collegheranno in rete. Ma, quando gli inglesi e americani parlano di Internet of Things, si riferiscono effettivamente ad oggetti fisici, ed è per quello che ci tengo a questa diversa traduzione.

EP: Che non è così comune perché spesso viene tradotta come “Internet delle cose”, e questo è molto importante. C’è un aspetto importante e tecnologico che noi commentiamo spesso a 2024, però probabilmente se parliamo di tecnologia tutto è già stato fatto, o quasi tutto è stato fatto, mentre siamo difatti pronti per questa rivoluzione che sta accadendo, ma siamo ancora molto agli inizi, allo 0.1 forse.

DO: Ci sono delle visioni di analisi e di report realizzati da esperti che dipingono scenari veramente incredibili. E la trasformazione tra questo sogno futuro, fantascientifico e la realtà di oggi, connettere questi punti dipende da molte condizioni di contorno. Una delle condizioni naturali dal punto di vista di una grande azienda è di mantenere la propria posizione dominante, che giustamente è costata tanta fatica. Tu da amministratore delegato, consiglio di amministrazione, prometti agli azionisti che durerà per sempre. Ma non c’è nessuna garanzia che questo avvenga. E quindi, nel momento in cui si presenta una novità, dal tuo punto di vista questa può essere una minaccia, un po’ come la fotografia digitale è stata una minaccia, alla fine abbiamo visto mortale, per Kodak.

EP: O i Touch Screen sugli smartphone per altre aziende.

DO: Assolutamente. E come si può, o non si può abbracciare le novità radicali, come il sistema immunitario dell’azienda diminuisce la probabilità che questo avvenga con successo (magari lo approfondiamo in un’altra puntata). Specificamente, l’Internet degli Oggetti che cosa questo comporta: che troppo spesso le proposte delle grandi aziende arrivano da un punto di vista di preservare una condizione esistente. E quindi rinunciano o addirittura cercano di soffocare essenziali criteri di interoperabilità, o di capacità di agire senza pre-autorizzazioni, che è paradossale perché è una lezione che abbiamo già imparato negli ultimi vent’anni (forse anche di più), attraverso il software, che si è sviluppato prima in modo proprietario e poi in modo preponderante attraverso l’Open Source. Tutt’ora, sui nostri desktop utilizziamo Microsoft Windows oppure Mac OS, e ci sono pochi appassionati che usano Linux, solo sul proprio desktop. Ma, né i sistemi back end delle grandi aziende come Google, Twitter o Facebook potrebbero esistere senza la rivoluzione autonoma Open Source di Linux, né difatti potrebbero esistere i nostri telefoni cellulari, perché il sistema operativo dominante Android è se stesso Open Source da una parte, e dall’altra parte ha una grande eredità che riconosce a Linux.

EP: Facendo riferimento all’Open Source e a Linux come rappresentante più semplice da comprendere e anche uno degli esempi più grandi, se guardiamo le dimensioni del fenomeno, se pensiamo a Linux quasi tutto quello che noi utilizziamo funziona grazie a Linux.

DO: Esattamente.

EP: Ma anche tanti altri servizi.

DO: E quindi, l’Internet degli Oggetti, se non capisce questa lezione, andrà a proporre soluzioni che ripercorreranno delle battaglie inutili.

EP: Io sono andato recentemente ad alcune fiere in cui c’era una grossissima attenzione verso uno dei mega-trend: la Smart home, la Home Automation. E una delle cose che si vedono molto chiare è che ognuno sta andando per la propria strada e fino ad oggi questa promessa della Smart Home non si può nemmeno realizzare perché se io compro la videocamera del produttore A, e l’allarme del produttore B… non esiste uno standard, e molti si stanno interrogando su quali saranno, o quali aziende (molti pensano a Google, Apple) riusciranno ad integrare, a fare da App, da collettore di tutti questi strumenti che, chissà, se avremo nelle nostre case. E’ un po’ questo il concetto o è ancora più esteso?

DO: Ci sono sicuramente degli esperti di questo tipo e quindi si potrebbe anche facilmente superare. Infatti, in precedenti risoluzioni l’abbiamo visto. Tu bene o male ti siedi in una qualunque automobile e saprai come usarla perché c’è stata una standardizzazione. Nessuno oggi immagina di impedire ad un eventuale nuovo costruttore di automobili di utilizzare il volante. Mettiamo che Tesla avesse incominciato a produrre le proprie macchine ed arriva General Motors e dice: “No, no, tu fai pure un’automobile, però non può avere quattro ruote”. Proprio settimana scorsa, negli ultimi giorni di maggio, c’è stata una decisione molto pericolosa da parte di una corte americana, che ha dato ragione a Oracle nel proibire di sviluppare funzioni che si comportano in modo simile pur prendendo approcci diversi ad una software house: cioè, di dare un controllo proprietario alle cosiddette API (Application Programming Interface), che è la strada perfetta perché un domani qualcuno prenda una decisione legale del tipo che ho espresso nell’esempio delle automobili. Questa è la seconda volta che autorità giudiziarie americane, una corte americana, prende una decisione a favore delle aziende che è molto, molto importante. La prima è stata quella a Grokster condannato a vent’anni di sviluppo rallentato delle tecnologie p2p (peers to peers), da pari a pari, che sono state demonizzate, criminalizzate mentre rappresentano anche per Internet degli Oggetti uno sbocco essenziale. Aggregare i dati nei data-center centralizzati non è solo un enorme spreco di risorse o un modo meno ottimale di quanto potrebbe essere di organizzare lo scambio di informazioni. I nostri 2 cellulari oggi in questo istante dovrebbero parlarsi fra di loro di quali apps scambiarsi, in base ai loro fini. Ma l’aspetto più preoccupante di questo tipo di architettura è che implementa quei colli di bottiglia che una o l’altra nazione sfrutta con gioia perché sono delle vulnerabilità attraverso azioni spionistiche di tipo politico o economico.

EP: Quindi, concetto molto importante…Internet degli Oggetti si diffonderà, svilupperà in tempi anche magari abbastanza brevi se si sposa completamente il concetto Open Source.

DO: Ed è la interoperabilità e preferibilmente anche un’architettura distribuita peer to peer.

EP: Secondo te, questa sensibilità c’è, o no?

DO: E’ molto interessante che la innovazione matematica del blockchain, che caratterizza Bitcoin. E tu dici “Cosa c’entrerà Bitcoin? E’ una roba finanziaria, di pagamenti!”. In realtà, quello che permette è di organizzare reti dove in presenza di informazioni imperfette, la rete stessa può raggiungere un consenso dove non ci sia un autorità centrale che regola questo consenso. Tradotto nel linguaggio dell’Internet degli Oggetti, ci possono essere oggetti che comunicano fra di loro senza che ci sia uno switch, un router, senza che ci sia un data-center, e comunque possono raggiungere decisioni su come operare. Infatti, ci sono dei prototipi di infrastruttura internet importanti che lavorano già all’interno di laboratori di ricerca basati sul blockchain perché rappresenteranno una rivoluzione fondamentale dell’intera architettura di internet e di Internet degli Oggetti.

EP: Una delle cose che si citano spesso, soprattutto quando si parla di Intelligenza Artificiale, ma penso che valga anche quando si parla di Internet degli Oggetti è il grande tema della regolamentazione, delle leggi che dovranno cambiare, ma c’è anche un grande tema legato alla moralità, all’etica che dovremmo forse ridiscutere. Che cosa c’entra tutto ciò con l’Internet degli Oggetti e cosa dovremmo cercare di fare, di cambiare?

DO: Oggi come oggi, pensiamo di essere in sella e di fare le decisioni, piccole e grandi, che guidano la nostra vita. E quando risulta che non lo siamo perché paghiamo tasse e non abbiamo deciso che quelle giuste o sbagliate come percentuale sul nostro reddito, oppure, ci sembra che un voto che diamo in un’elezione politica alla fine conti poco; in quei momenti ci sorprendiamo, ci arrabbiamo. Ma in queste situazioni in cui deleghiamo decisioni a delle strutture più o meno automatizzate aumenterà in futuro. In effetti, ci farà piacere farlo, perché se oggi abbiamo la pazienza di ricaricare il telefono, la telecamera, il computer, addirittura comprare le batterie esterne per le cariche, e poi dobbiamo pensare a ricaricare la batteria esterna in una catena infinita, nel momento in cui questi saranno non una dozzina di oggetti intorno a noi, ma centinaia, migliaia o decine di migliaia per ognuno non potremo gestirli, dovranno gestirsi autonomamente. L’esempio più lampante, oggi non ancora sulle strade di Milano o d’Italia, ma effettivamente sulle strade di San Francisco, California e Nevada, è la categoria delle automobili robotiche, come macchine autonome e nodi di Internet degli Oggetti.

EP: Automobili a guida automatica.

DO: Esatto. Dove la legge ancora richiede che una persona sia seduta dotata di patente, ma in effetti al 100% la macchina decide cosa deve fare: curvare, accelerare, rallentare, scartare qualcuno che gli taglia la strada. Nonostante ci siano previsioni che l’incidenza di incidenti, di collisioni, possa diminuire radicalmente in una volta del 90% e risparmiare tantissime vite, e praticamente inevitabile che comunque ci saranno occasioni in cui la macchina dovrà fare una scelta. Se io taglio la strada alla macchina in bicicletta e quella o mi investe, o va a centrare uno scuolabus pieno di bambini, ha qualche frazione di secondo per decidere cosa deve fare. Ma noi oggi stiamo andando verso queste macchine senza avere una capacità ingegneristica del senso morale. Peggio ancora: non abbiamo una scienza dell’etica e della morale. Abbiamo la filosofia dell’etica della morale, abbiamo le religioni, ma non è stato formalizzato e non possiamo demandare la formalizzazione di questo.

EP: Ci sono anche degli scienziati che hanno, soprattutto e a proposito di Intelligenza Artificiale, chiesto agli stati di intervenire. Però, io sono abbastanza scettico che questo possa avvenire, e quindi penso che le aziende autonomamente creeranno dei sistemi automatici che andranno un po’ per i fatti loro. Le aziende decideranno che morale dovrebbero avere i sistemi automatici. Tu hai fatto un esempio dell’automobile, ma potremmo fare tantissimi altri esempi anche sulla casa automatica che prenderà delle decisioni aldilà di quello che vogliamo noi.

DO: Ci saranno sicuramente degli esempi interessantissimi di problemi che si presenteranno. Io sono d’accordo con te sul fatto che l’intervento di una nazione o di un insieme di nazioni (le Nazioni Unite o la International Communication Union), non è che sono meglio equipaggiati di chiunque altro per dire come la cosa debba avvenire. Non solo: non è desiderabile che ci sia un’unica decisione per 7 miliardi, 8 miliardi di persone che siamo. Stati Uniti e Cina hanno una visione di come gli individui debbano vivere la propria vita all’interno di una società molto diverse. Per fare un esempio un po’ estremo: se io sono una donna sola al volante, e questo è verificato dalla telecamera interna dell’automobile, e il suo GPS rileva che mi trovo in Arabia Saudita, partirà o non partirà? E se l’automobile partirà prodotta da Google perché si rifiuta di aderire alle regole morali del paese in cui si trova, beh la sua commercializzazione verrà abrogata velocemente un po’ come è successo con i motori di ricerca in Cina dove Google ha deciso di uscire da quel mercato.

EP: Questo è sicuramente…tu sei scettico?

DO: Le aziende più intelligenti assumeranno una responsabilità proattiva verso la costituzione di ethics boards, cioè un consiglio etico che possa informare le decisioni dei Product Manager e degli ingegneri su come procedere con cautela, con attenzione ma con decisione verso gli obiettivi. Un po’ come le aziende farmaceutiche e bio-tecnologiche ce l’hanno già: non è che decidono “Ti do sto farmaco e poi vediamo come va!”.

EP: Tutto quello di cui abbiamo parlato finora passa o passerà per le nostre teste. Quanto noi personalmente possiamo decidere o interagire con queste evoluzioni?

DO: La politica e le politiche sono in crescente ritardo su quella che è la capacità della tecnologia di avere un impatto sulla nostra vita quotidiana. In effetti, riformare le regole che guidano la società vengano discusse, implementate, verificate, aggiornate, risulta una sfida fondamentale, perché altrimenti congeliamo la società che creerà tensioni sempre maggiori con il quotidiano tecnologico che ci guiderà.

EP: Senti un ultimo punto che mi sembra importante che tu citi parlando della Internet of Things è: la Internet of Things non funzionerà, non si diffonderà (almeno secondo certe previsioni che le grande aziende stanno facendo) se non diventerà bio-compatibile…è un termine corretto o…?

DO: Nel mio caso assolutamente sì. Ho un impianto che fa parte dell’Internet of Things nella mia mano, e questo impianto è isolato dal mio corpo attraverso una capsula di vetro perché i suoi componenti verrebbero visti come un corpo estraneo ed espulsi dal sistema immunitario del mio corpo. Allora, quando i ricercatori, gli scienziati, parlano di una fusione dell’essere umano con la tecnologia, con la possibilità di interrogare Google con il pensiero, la possibilità di comandare questa rete di oggetti fatta di milioni di miliardi di nodi, non potrà avvenire senza essere influenzati radicalmente. Però, sia che sia dentro al nostro corpo (come nel mio caso) oppure nell’ambiente, progettare, distribuire, mantenere ed eventualmente eliminare o sostituire questo nodi potrà avvenire solo se saranno bio-compatibili quando dentro, bio-degradabili quando fuori, perché è già successo: ci abbiamo messo parecchi decenni per capire che le borse della spesa, invece di essere fatte di plastica, è meglio che siano fatte di una plastica bio-degradabile di origine mais, anche nel momento in cui la resistenza tensile di questa soluzione fosse un po’ meno grande di quelle tradizionali perché non inquiniamo l’ambiente. I nostri computer oggi sono un po’ più “verdi” di qualche anno fa, ma devono diventarlo radicalmente di più.

EP: Quindi, un altro punto fondamentale importante, mentre comprendo più facilmente che se non si riesce a trovare una strada Open Source tutto questo non funziona come dovrebbe funzionare, come potrebbe funzionare in modo efficiente, non so se riusciamo a trovare un accordo per creare una internet degli oggetti biodegradabile.

DO: Non c’è bisogno di trovarlo l’accordo, perché Microsoft sarebbe stato felicissimo di vendere licenze di Windows NT a tutti i data center del mondo. E quando i suoi venditori si presentavano e si trovavano di fronte Linux, semplicemente non erano in grado di concludere l’affare. Quindi, se qualcuno è in grado di trasformare (per esempio, come già ci sono degli esperimenti: il DNA in una piattaforma di calcolo parallelo per scopi informatici nostri anziché quelli del corpo animale o del corpo umano) quella piattaforma di calcolo sarà, si immagina, estremamente potente, estremamente performante, per definizione bio-compatibile, bio-degradabile. E allora, se questo criterio conta, quella piattaforma vincerà.

EP: David, grazie per essere stato con noi, a presto e buon lavoro.

DO: Grazie a te.

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